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Antonio Pappano: Dvořák Sinfonia n. 9 "Dal nuovo Mondo"

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    Dalla Grande Sala delle Colonne di Mosca
    Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia

     

    Antonio Pappano direttore

     

    Antonín Dvořák
    (Nelahozeves 1841 - Praga 1904)
    Sinfonia n. 9 in mi minore op. 95
    “Dal nuovo mondo”
    Adagio. Allegro molto
    Largo
    Scherzo (Molto vivace). Trio
    Allegro con fuoco

    Data di composizione
    1892 - 1893
    Prima esecuzione
    New York, Carnegie Hall
    16 dicembre 1893
    Direttore
    Anton Seidl
    Organico
    Ottavino, 2 Flauti,
    2 Oboi, Corno inglese,
    2 Clarinetti, 2 Fagotti,
    4 Corni, 2 Trombe,
    3 Tromboni,
    Timpani, Archi

     

    La Sinfonia n. 9 “Dal nuovo mondo” di Dvořák
    Tratto dal programma di sala dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

    La storia della partitura è naturalmente una storia americana, e parte da una donna. Non una donna qualsiasi, ma una signora di gran carattere, poco abituata a sentirsi dire di no. Fu lei, Jeanette Thurber, che nel giugno 1891 invitò Dvořák a New York per dirigere il National Conservatory of Music, una struttura a cui stava lavorando da alcuni anni. E il compositore accettò. Il progetto era maturato dopo che Lady Thurber era rientrata negli Stati Uniti dai suoi studi musicali parigini: aveva deciso di usare le considerevoli risorse finanziarie del marito, un dotato uomo d’affari, per dare vita a un Conservatorio americano a immagine di quelli francesi; un luogo, cioè, nel quale studenti di ogni provenienza potessero essere sostenuti a spese del governo, indipendentemente dal loro sesso, dall’appartenenza razziale o dalle possibilità economiche. Nel 1891 riuscì ad ottenere il riconoscimento della scuola da parte del Congresso e dunque il Conservatorio poteva aprire le proprie porte.

    Nel frattempo la signora Thurber aveva riunito un importante numero di musicisti, per dar vita ad un corpo insegnante di prim’ordine. Assicurarsi la presenza di un musicista come Dvořák come direttore sarebbe stato un colpo eccezionale, determinante per partire in grande stile. E la signora riuscì a mandarlo a segno.
    Il 26 settembre 1892 Dvořák e parte della sua famiglia (con due figli su sei) sbarcarono a New York e presero casa a pochi passi dal neonato Conservatorio, sulla diciassettesima strada. La sua esperienza newyorkese durerà sino al 1895 – con le parentesi dell’estate del 1893 presso la comunità ceca di Spilville, nello Iowa, e di quella seguente a Praga – programmando il corso di studi al National Conservatory, organizzando le classi, presentandosi come direttore ospite sul podio di alcune orchestre e soprattutto componendo capolavori come il Quartetto n. 12 in fa maggiore (detto “Americano”), il Quintetto in mi bemolle maggiore op. 97 e la Sinfonia“Dal nuovo mondo”. Per la cronaca, il National Conservatory continuò la sua storia di eccellenza per una ventina di anni dopo la partenza di Dvořák; dal 1915, invece, la sua reputazione cominciò a declinare e, dopo una serie di trasferimenti a vari indirizzi della città, fu definitivamente chiuso nel 1928. Benché occasionalmente attraversato da una comprensibile nostalgia per la sua Boemia, non ci sono dubbi che Dvořák abbia amato molto i suoi anni americani. Il mondo musicale newyorkese lo trattò con estrema considerazione, felice di annoverare tra i presenti un compositore europeo così rinomato. E Dvořák trovò molti dei suoi studenti ricettivi e stimolanti. Quando poi si imbatté nella musica americana e in quella dei nativi, Dvořák ebbe a disposizione materia viva per la sua innata ed insaziabile curiosità musicale, ed è anche a partire da quel materiale che nacque la Sinfonia“Dal nuovo mondo”.

    Non lo interessò il ragtime, che pure in quegli anni viveva la propria stagione aurea e veniva proposto ormai in luoghi prestigiosi e di grande richiamo (come ad esempio la World’s Columbian Exposition di Chicago, nel 1893, che Dvořák visitò). Come ha ricordato James M. Keller, lo attraevano gli spirituals – uno dei suoi allievi al National Conservatory, Harry Burleigh, ne realizzò decine di arrangiamenti – ma fu soprattutto la musica dei nativi americani a focalizzare su di sé la sua attenzione. Naturalmente Dvořák non era un etnomusicologo, come lo furono invece, appena una decina di anni dopo il battesimo della Sinfonia, Bartók e Kodály in Ungheria o Vaughan Williams in Gran Bretagna; lui apparteneva alla vecchia scuola ed il suo modo di utilizzare il materiale musicale popolare passava attraverso una appropriazione personale, un’imitazione fatta a orecchio, non certo attraverso citazioni testuali; il che, intorno al 1890, era assolutamente normale, tanto da dare vita addirittura ad una corrente di compositori statunitensi, i cosiddetti American-Indianists. Il battesimo della Sinfonia “Dal nuovo mondo” nel dicembre 1893, alla Carnegie Hall, con Anton Seidl alla testa della New York Philharmonic, fu un successo senza ombre, il più grande della carriera del compositore. Il critico Henry T. Finck sul “New York Evening Post” dichiarò la partitura “il più grande lavoro sinfonico mai composto in questo paese”, cosa che in quel momento era probabilmente vera. Se la si vuole porre in un panorama internazionale più ampio, comunque, al di là del sottotitolo va detto che la Sinfonia è tanto vicina ad ispirazioni americane quanto ad un certo spirito slavo. Ritmi sincopati e melodie modali, ad esempio, sono tipiche di molte tradizioni popolari, incluse quelle boeme e quelle statunitensi, e probabilmente Dvořák non si sentiva molto lontano da casa quando usava quel materiale tematico. Schiettamente europea, peraltro, è la costruzione sinfonica, ed europeo è ovviamente il suono che riveste la partitura: “Ho semplicemente scritto temi originali incorporandovi le caratteristiche della musica nera e di quella indiana”, dichiarò Dvořák alla rivista “Harper”, “e usando questi temi come soggetti, li ho sviluppati con le risorse del ritmo, dell’armonia, del contrappunto e dei colori orchestrali moderni”. Il primo movimento, Adagio-Allegro molto, è strutturato in forma-sonata con un’introduzione lenta che precede il celebre tema eroico e quasi wagneriano lanciato dal corno. Sarà un tema importante, e si fisserà nella memoria perché Dvořák lo utilizza, in modo
    più o meno evidente, in tutti i quattro movimenti della Sinfonia. Un secondo tema al flauto e all’oboe, il cui carattere modale denuncia immediatamente la vicinanza con la musica popolare (utilizza una scala minore naturale), è segnato dal ritmo di polka mentre un tema ancora successivo, al flauto, derivato da quello iniziale del corno, si rivelerà determinante nella costruzione dello sviluppo. Vale la pena notare che questo materiale è presentato secondo successioni tonali non tradizionali, e il compositore si rivela abilissimo nella gestione dell’intensità emotiva dell’ascoltatore con strategiche salite o discese di semitono.

    Il secondo movimento, Largo, che Dvořák scrisse essergli stato ispirato da un passaggio del Canto di Hiawatha dello scrittore americano Longfellow, è senza dubbio il più celebre della Sinfonia e, dopo un grandioso corale degli ottoni, presenta al corno inglese una melodia particolarmente cantabile. Generazioni di ascoltatori americani, nel sentirla, hanno pensato che si trattasse di una citazione della celebre canzone popolare Going home; è vero il contrario: fu William Arms Fisher, allievo di Dvořák al National Conservatory, ad aggiungere delle parole alla melodia circa trent’anni dopo la prima esecuzione della Sinfonia, sicuro di proseguire, con questa sorta di restituzione circolare, nella direzione percorsa dal proprio maestro e di stringere così ancora di più i legami tra il mondo della musica scritta e quello folk.

    Non ci si perda, comunque, l’episodio pastorale posto verso la fine del movimento, che comincia con alcuni staccati dell’oboe seguiti da trilli dei flauti: è lì che Dvořák colloca una breve ripresa del tema principale del primo movimento e questo ritorno di una musica già ascoltata suona davvero meraviglioso. Saranno poi nuovamente la melodia del corno inglese ed un ritorno del corale iniziale a tirare le fila e riportare tutti a casa. A Longfellow si ispira teoricamente anche lo Scherzo (Molto vivace), con un riferimento puntuale ad una “festa nella foresta” con danza di Pellerossa. In realtà il riferimento più chiaro – e davvero molto evidente – è lo Scherzo della Nona Sinfonia di Beethoven mentre la parte centrale del movimento è derivata da una danza popolare dell’Europa centrale. Nella coda poi, quasi a mantenere una promessa, ritornano reminiscenze del tema ciclico che ormai conosciamo bene.

    Il finale, Allegro con fuoco, dopo una brevissima introduzione si presenta alle orecchie con una marcia, monolitica, austera, di struttura modale (ritorna ancora la scala minore naturale), che, dribblate alcune trasformazioni e volate di terzine, alla fine di un diminuendo lascia il posto ad una seconda idea tematica, al clarinetto e poi ai violini. Prende dunque avvio un gioco di riprese e di incastri, nel quale ritornano temi dello Scherzo e del Largo, qui riproposti in una veste parzialmente nuova, per giungere infine ad una stretta conclusiva, nella quale i diversi materiali tematici scorrono veloci sino a che saranno il tema del finale e quello ciclico a prevalere definitivamente sugli altri.

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